La professionalità dell’autoriparatore non si vende col 3X2! Stampa E-mail
Scritto da Michele Corrado   

Michele CorradoCome ogni anno, al 21 Giugno, inizia l'estate e puntuali si presentano in tutti i supermercati d'Italia una marea di offerte 3x2. Non si capisce mai se queste offerte nascono per far fronte a cicli di sovrapproduzione, stagnazione del mercato o semplicemente perché qualche manager ha preso per la gola i contadini, tirandogli il collo peggio che ad una gallina. Queste politiche spregiudicate hanno portato nelle nostre mense il Pangasio (pesce di acqua dolce del Mekong, uno dei fiumi più inquinati al mondo) che costa poco, ma è molto dannoso per la salute. Da alcuni anni a questa parte si è verificato uno strano fenomeno per cui certi manager, abituati a trattare con pesci e patate, si sono ritrovati a lavorare nel settore dell'automotive, traghettando così le proprie esperienze dalla grande distribuzione ad un settore completamente diverso, mantenendo però le scadenti strategie. Riparare vetture non equivale a vendere generi alimentari, dunque non è sufficiente attivare politiche speculative e di “condizionamento del cliente”, per far crescere “il numero in basso a destra” dei bilanci. Così con l'intento di vendere pezzi di ricambio ed accessori per bilanciare i mancati guadagni della vendita delle vetture nuove, i costruttori di veicoli hanno cominciato ad inventarsi un sacco di strategie, tra cui le “campagne tagliandi” a prezzi super scontati, quasi stracciati (o da straccioni?) con le quali l'officina, cardine della vendita dei servizi postvendita e vero ed unico tramite con il cliente (l'automobilista), viene costretta a non guadagnare nulla o quasi sul pezzo di ricambio e, peggio ancora, si trova costretta a svendere la propria professionalità, costruita con costosi corsi di formazione, attrezzatura specifica, investimento sul personale e sui locali. Tutto questo è intollerabile e stupido! Tali manager, che con l’attuale situazione economica hanno perso il poco buon senso che possedevano, ricattano l’autoriparatore minacciandolo di escluderlo dalla rete di assistenza che gestiscono, solo per poter riempire i loro data-base aziendali a costo zero, con strategici dati relativi ai clienti e al parco veicoli circolante. Inoltre sono alla spasmodica ricerca di guadagni immediati, senza attuare politiche a medio e lungo termine che facciano crescere l’officina, ovvero l’impresa che garantisce la presenza territoriale del marchio e la fidelizzazione del cliente. In sintesi non valorizzano la professionalità e non la fanno crescere. Questi sono i “signori” che pensano di poter condizionare le scelte degli automobilisti, spendendo milioni in pubblicità e gadget, usando specchietti per allodole, facendo “raccolte punti”, ma senza rendersi conto che l'automobilista sceglie il proprio meccanico perché è “il dottore della macchina”, un professionista di cui fidarsi e seguire i consigli. Quindi l’autoriparatore non è semplicemente uno manovale che installa il ricambio, ma è il tramite attraverso il quale “gestire” ed “indirizzare” le scelte dell’automobilista. In una corretta catena commerciale, dove ognuno guadagna per il lavoro che fa e dove le officine sono l'anello di congiunzione con gli automobilisti, il meccanico è colui che prima di tutto fa “il consulente” (titolare unico delle proprie preziose competenze), quindi è venditore di un bene (su cui dovrebbe avere una parte di guadagno), infine è anche installatore. Svilendo la sua professionalità, si indebolisce il mercato del postvendita, che rimane perciò irrimediabilmente compromesso. Dunque questi aggressivi manager, oltre a riempirsi la bocca con belle parole (si comportano come profeti, quando devono convincere i meccanici della loro rete, che i progetti da loro “inventati” sono ottimi), dovrebbero riflettere sulle politiche commerciali da loro promosse, che in altri settori hanno portato del marcio sulle nostre tavole. Speriamo che non portino del marcio anche sotto i nostri cofani!

 

Michele Corrado